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“Aspiro all’arte del far abitare e del coltivare”

In che modo?

Quando ci si sente infestat* dalle erbacce, quando non ci si riconosce più come casa è possibile cercare l’aiuto di chi possa estirpare i rovi del giardino, insegnare a non rinchiudersi nella propria limitatezza ma a guardare oltre la siepe, all’infinito sconfinato. E’ bene cercare chi sa che può essere molto pericoloso restarsene nel proprio rettangolo di terra piuttosto che uscirne fuori, perché ci sono momenti in cui il dentro non tiene più, si sgretola.

Si deve sperimentare il dentro e il fuori, si deve inciampare, ci si deve sbucciare le ginocchia, ci si deve vedere addosso i lividi. Ci si deve rialzare con l’aiuto delle mani, camminare lungo il muro sfiorandolo sempre con le dita per mantenere l’equilibrio per poi provare lentamente a staccarsi e ad iniziare a fare qualche passo barcollante, proprio come quando da bambini abbiamo imparato a camminare.

PER IMPARARE DI NUOVO.

PER NON AVERE PIU’ LIMITI.

PER ESSERE ORIZZONTE.

Sembra paradossale pensare di rifugiarsi e farlo all’aperto, in un luogo esposto.

Eppure, è quando si è casa anche nello spazio sterminato, nella folla o nell’assoluto silenzio che ci si abita veramente.

“Abito un tremito”: una frase che riassume perfettamente la mia idea di imparare ad abitarsi.

Fare del terremoto una scossa di vita, un passo di danza, una spinta per saltare.

Perché è dall’alto che si vede tutto; solo salendo in vetta ci si può sentire piccoli ma in grado di osservare.

Perché è dall’alto che si può avere una prospettiva su di sé, sull’altro, sul mondo, che è l’intero e non una parte.

Perché è dall’alto che ci si può render conto che io non sono te, che tu non sei universo e che non ti posso definire con certezza.

“Il luogo dell’altro è il forse”.

Bisogna imparare ad ascoltarsi per imparare un giorno ad ascoltare l’altro, per poterlo aiutare ad abitarsi e lasciare che riveli il suo forse, le sue possibilità.

~

Scelgo questo mestiere perché ho sperimentato prima di tutto sulla mia pelle l’immenso potere di chi, nel tentativo di estirpare quei rovi, ha parlato con parole mai incolori, mai uniformi, ma in grado di aiutare, di indicare un cammino a chi ha un infinito bisogno di dare voce alle sue emozioni e al suo dolore, che è dolore del corpo e dolore dell’anima.

Scelgo questo mestiere perché ritengo che il dolore che non assume senso, raggiungibile solo all’interno di una opportuna relazione e comprensione dei vissuti, può diventare fonte di frustrazione sanguinante.

Scelgo di diventare psicoterapeuta ad orientamento dinamico perché vedo nel sintomo l’espressione visibile di un processo invisibile, di qualcosa che ha smesso di essere in ordine e che per questo va analizzato.

Scelgo di diventare psicoterapeuta ad orientamento dinamico per il piacere connesso alle grandi scoperte, all’esperienza dell’insight, quando frammenti disparati scivolano dolcemente in un insieme coerente.

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